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Maria Letizia Zanier

POLIS, XVI, 3, dicembre 2002, pp. 347-373

IL DECLINO DELLA FECONDIT NEI PAESI OCCIDEN-TALI

Il progressivo declino della fecondit nei paesi occidentali costitui-sce unevidenza nota e ampiamente dibattuta nella letteratura scientificainternazionale. In questa rassegna critica vengono discussi alcuni svi-luppi teorici recenti e le relative applicazioni empiriche, in riferimento adiverse discipline: sociologia, demografia, economia, psicologia sociale,sociobiologia. A partire dai dati sulle tendenze in atto, i singoli contri-buti analitici sono collocati nel quadro di uno schema interpretativo pigenerale. Cos la considerazione dei tratti di omogeneit e discontinuitpropri dei differenti contesti nazionali fa emergere il ruolo dei numerosifattori implicati nel processo di diminuzione della fecondit che acco-muna molte di queste realt territoriali. Al caso italiano dedicata unat-tenzione particolare. Poich la terminologia impiegata potrebbe in certicasi risultare ambigua per leterogeneit degli approcci teorici e deicontributi presentati, proponiamo allinizio alcune definizioni di concet-ti-base che ricorrono nella letteratura di riferimento.

1. Terminologia

Per fecondit si intende generare figli nati vivi nei limiti biologicidel periodo di fertilit delle donne (dal menarca alla menopausa). Il ter-mine fecondit dunque sovrapponibile al concetto di partorire prolevivente (Brewster e Rindfuss 2000). Il tasso generico di natalit rilevail rapporto tra le nascite in un determinato periodo e le dimensioni dellapopolazione; un tasso specifico di natalit invece quello di fecondit,in quanto questo rapporto mette a confronto il numero dei nati conquello delle donne in et fertile, in un certo periodo.

I tassi specifici di fecondit per et permettono di calcolare il tasso difecondit totale (Tft). Questa misura costituisce una stima del numero difigli che una donna partorirebbe se sopravvivesse sino alla fine del pe-riodo fertile e i tassi di natalit riferibili alle et specifiche durante tuttala sua vita riproduttiva restassero uguali a quelli del periodo considerato

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(Palmore e Gardner 1983). Un altro concetto quello di livello di fecon-dit di sostituzione, che sottintende il numero di figli per donna necessa-rio a garantire il rimpiazzo delle generazioni dei genitori. Nei paesi oc-cidentali a bassa mortalit, il Tft di sostituzione ammonta a un numeroappena superiore a due.

2. Tendenze

Nel contesto dei paesi industrializzati, e in particolare nellambitodellUnione europea, si pu rilevare una lieve ripresa del numero dellenascite a partire dal 1999 (la quota, in quellanno, ammonta nuovamentea pi di quattro milioni) anche se il tasso di natalit complessivo restainvariato rispetto al 1998 (10,7 per mille: Sardon 2000, tab. C). Negliultimi anni, la natalit in continua diminuzione in diversi paesi del-lEuropa occidentale (Austria, Gran Bretagna, Irlanda e Islanda) oppuresembra mantenersi stabile (Germania e Svezia). Una lieve ripresa si os-serva invece nellarea mediterranea (Italia, Spagna e Portogallo), oltreche in Finlandia, Norvegia e Lussemburgo. Lesame dellindicatore con-giunturale di fecondit (numero medio di figli per donna) consente unamessa a fuoco pi precisa sulle tendenze in atto. Nel 1999 questo valore,stimato globalmente per i paesi dellUnione europea, ammontava per ilterzo anno consecutivo a 1,45 figli per donna.

Mentre nel 1998 la fecondit ha subto un incremento solamente intre paesi (Francia, Irlanda e Paesi Bassi), nel 1999 aumenta in pi dellamet dei contesti considerati (nei Paesi Bassi per il terzo anno consecu-tivo, in Francia per il secondo anno consecutivo, oltre che in Belgio, Da-nimarca, Finlandia, Lussemburgo, Norvegia, Svizzera, Spagna, Grecia,Italia e Portogallo: Sardon 2000, tab.3). Sempre nel 1999, gli Stati Unitisi distinguono per un indicatore congiunturale di fecondit superiore aidue figli per donna (2,05), valore relativamente elevato in rapporto allamedia degli altri paesi industrializzati1. Se si considera la discendenzafinale a seconda delle generazioni, da una parte in paesi come Austria,

1 Per il carattere eterogeneo della composizione etnica di questo paese e so-prattutto per gli effetti delle correnti immigratorie di origine ispanica, lindi-catore congiunturale nazionale rispecchia il diverso apporto delle varie compo-nenti della popolazione. Il valore di 2,1 figli per donna rappresenta la mediaponderata delle diverse fecondit delle donne bianche di origine ispanica (2,9),delle donne bianche di origine non ispanica (1,8), delle americane di colore nonispaniche (2,2), delle indo-americane (2,1) e delle donne di origine asiatica edelle isole del Pacifico (1,9). Questi valori sono riferiti allanno 1998.

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Italia, Portogallo e soprattutto Spagna e Irlanda, la fecondit non ha maismesso di decrescere a partire dalle generazioni nate negli anni quaran-ta; dallaltra, in Danimarca, Lussemburgo, Finlandia, Norvegia e Sveziasi riscontra un lieve incremento in corrispondenza delle generazioni de-gli anni cinquanta. In questo secondo gruppo di paesi una progressivaripresa del declino della fecondit si pu osservare nuovamente a partiredalle generazioni nate negli anni sessanta (ma ci non vale per Dani-marca e Lussemburgo dove la tendenza stabile).

Negli Stati Uniti, in Australia e in Nuova Zelanda landamento gene-rale della fecondit in relazione alla discendenza finale assimilabile aquello dellEuropa occidentale, anche se ad un livello leggermente pielevato. Diversamente, in Giappone la discendenza finale rimane relati-vamente stabile dalla generazione del 1931 a quella del 1956 (circa duefigli per donna), mentre successivamente subisce un rapido decremento.In questo paese, come nei contesti territoriali meno fecondi dellEuropaoccidentale, le donne nate nel 1962 metteranno al mondo mediamente1,68 figli (Sardon 2000).

Ma quanto incide sul generale declino della fecondit la consistenzadel numero di donne che scelgono di rinunciare alla maternit in mododefinitivo? In Europa occidentale il tasso di infecondit definitiva (ossiala proporzione di donne che non hanno partorito figli vivi nel corsodella loro vita feconda) si avvicina al 10% per le donne nate alliniziodegli anni quaranta, mentre cresce rapidamente a partire dalle genera-zioni del dopoguerra raggiungendo il 20% per quelle del 1960 in In-ghilterra e in Galles, del 1963 in Austria e in Italia, del 1965 in Finlan-dia e in Irlanda; in Portogallo, invece, linfecondit definitiva mantienelivelli particolarmente bassi, con meno dell8% di donne infeconde.

Negli Stati Uniti la tendenza allincremento dellinfecondit definiti-va pi precoce rispetto allEuropa occidentale: tra le donne nate nel1953 il 17% non ha figli in modo definitivo e solo a partire dalla gene-razione del 1965 tale valore inizia a decrescere (15,5%; Sardon 2000,tab. 10). Un altro indicatore importante per lanalisi della fecondit letmedia alla maternit in rapporto alle generazioni di donne, valore in co-stante aumento dalle generazioni del dopoguerra in poi. Tuttavia, poichin quella fase il decremento della discendenza finale era legato prevalen-temente al calo delle nascite in corrispondenza della fine della vita fe-conda, attraverso la diminuzione progressiva delle nascite di rango ele-vato, let media alla maternit si manteneva ancora relativamente bassa.

Nellambito delle generazioni pi giovani, invece, dal momento chele strategie riproduttive sono in prevalenza orientate a posticipare lamaternit, laumento dellet media riflette realmente una diminuzione

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del numero finale di figli per donna. In prospettiva globale, nella mag-gior parte dei paesi dellEuropa occidentale let media alla maternit hasubto un incremento di circa due anni (da 26 a 28) dalle generazioni deldopoguerra fino a quelle della prima met degli anni sessanta; la mede-sima tendenza si manifestata nei paesi dellEuropa meridionale (Spa-gna, Italia e Portogallo) con un ritardo di circa dieci anni. Negli StatiUniti, in Australia e in Nuova Zelanda landamento dellet media allamaternit presenta tendenze simili allEuropa, anche se pi precoci(particolarmente negli Stati Uniti). In Giappone let media alla mater-nit si mantiene superiore ai 27 anni dalla generazione nata nel 1930 inpoi (Sardon 2000, tab. 9).

3. Teorie di riferimento

Eterogenee per prospettiva teorica e ipotesi esplicative, ma anche peralcuni aspetti conciliabili, sono le linee-guida individuabili per interpre-tare questi dati. Consideriamo qui gli sviluppi recenti di alcuni modellidi spiegazione, scelti per la potenzialit teorica e per lapplicabilit em-pirica offerte: la teoria della transizione demografica, la teoria del valoredei figli, la prospettiva che mette in relazione landamento della fecon-dit con la partecipazione femminile al mercato del lavoro, lapprocciodelle intenzioni individuali rispetto alla fecondit. Si far un rapido cen-no anche alla spiegazione genetica del comportamento fecondo.

Una prima elaborazione del concetto di transizione demografica ri-sale alla fine degli anni venti e si deve a Thompson (1929) che lo impie-g nellambito dellanalisi di diversi indicatori demografici della popo-lazione americana2. Lo schema analitico proposto da questo autore pre-vedeva una classificazione delle dinamiche del cambiamento demogra-fico a seconda dei tassi di natalit, di mortalit e di crescita naturaledella popolazione. Complessivamente, la formulazione teorica originalesi articola in tre grandi fasi evolutive: tra la prima, contraddistinta datassi elevati sia di natalit sia di mortalit, e la terza con bassi livelli inentrambe, si inserisce un periodo intermedio in cui lincremento dellapopolazione determinato da un declino del tasso di mortalit pi rapi-do ri